Il bambino che è in noi?

Stando a Andrew Olendzki, in un articolo sull’ultimo numero di Tricycle, la pratica buddhista preserva o ricostituisce la “semplicità pecettiva” dei bambini.
Soffermandosi su concetti quali l’impermanenza e la transitorietà del reale, la pratica buddhista e lo zen aiuterebbero a disinnestare per qualche momento (o più a lungo, a seconda del grado di illuminazione) il meccanismo noto come “permanenza degli oggetti”.

Tutti i bambini, prima o poi (di solito attorno ai due anni), imparano che le cose continuano ad essere lì anche quando non guardano.
Praticando la meditazione buddhista, sarebbe possibile resettare il cervello a prima di questo momento, recuperando le capacità cognitive della mente infantile.

Lo zen dedica ampio spazio al concetto di mente di principiante.
Ora Tricycle ci fornisce una spiegazione (pseudo)scientifica.

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