Meditare scrivendo

Oggi mi è stato fatto notare che scrivo un sacco.
È stata menzionata la parola “concentrazione”.
Beh, non è esattamente una questione di concentrazione…

Ho sempre trovato la posizione tradizionale per praticare zazen – la meditazione da seduti – mortalmente scomoda.
Può avere altre attrattive, ma è scomoda – anche avendo unpanchetto ed un cuscino.
Sono pesante, e starsene inginocchiati per una mezz’ora alla volta comporta un certo affaticamento delle ginocchia, già parecchio logorate per i fatti loro.

Il loto ed il mezzo loto mi fanno venire i crampi e i mezzi crampi.
Problemi di circolazione, probabilmente.

A dirla tutta, preferisco la meditazione praticata camminando, kinhin, che oltretutto ha una bella tradizione mediterranea (filosofi peripatetici, anyone?), ma che ha però il piccolo difetto di potersi praticare solo fuori casa – a meno di non avere un salone molto grande nel quale girare in tondo.

Ho parlato spesso di Writing Down the Bones, di Nathalie Goldberg – in italiano Scrivere Zen, pubblicato molti anni or sono da Astrolabio.
L’idea è quella di trasformare la scrittura in una pratica zen.
In una forma di meditazione.

È meno strano di quanto non sembri.
Tutti coloro che scrivono hanno i loro piccoli rituali – la biro ed il quaderno di Kim Stanley Robinson, la cartellina portadocumenti di Piers Anthony, le maccchine da scrivere di Harlan Ellison…
Il posto in cui scrivere di cui parla Stephen King nel suo manuale di scrittura.
Ce li abbiamo tutti.

L’idea è quella di sedersi e scrivere.
Tutto lì.
Non si tratta di concentrarsi, ma piuttosto di non concentrarsi.
La concentrazione, vedete, comporta un dualismo netto – o sono concentrato o non lo sono.
Prima ero concentrato, ora non lo sono più.
Si presume che la concentrazione sia una cosa che si accende e si spegne, che va e viene.
Che richiede uno sforzo.

Scrivere non deve comportare sforzi.
È proprio per evitare sforzi che facciamo ricorso ai nostri rituali, che ci rintaniamo nel nostro angolino preferito.
È per evitare sforzi che preferiamo scrivere senza avere una persona che ci guarda, dietro, che legge da sopra la nostra spalla.

Mentre scrivo, la mia mente da scimmia è troppo occupata a mantenere in movimento le idee, una dietro l’altra, che voglio riversare sul foglio, per fare troppo baccano.
Le parole scorrono sotto alle mie dita – con qualche errore, data la mia predilezione per una tastiera meccanica – e si formano sullo schermo, e la mia mente è altrove.
Però controllo le dita sui tasti, e le parole sullo schermo, e le idee che frullano nella mia testa, senza interferenze.
E controllo è la parola sbagliata.
Gestisco, mantengo in funzione.

Non c’ nulla di mistico, nulla di sovrannaturale, nulla di religioso nel senso di religione-organizzata-paga-l’-obolo-vai-in-paradiso.
È come quando si suona jazz – solo più semplice, perché usare una biro o una tastiera meccanica è più facile che usare uin saxofono, o una chitarra.
Si impara più infretta, fa parte degli skill standard.

Anche qui si tratta di mantenere una postura, di respirare con regolarità, e col diaframma (una volta che si impara diventa difficile fare diverso), di non permettere ad elementi esterni di distrarci.
Manca solo il monaco che ci rifila una bastonata alla schiena quando ci distraiamo – ma per quello ci sono i lettori.

Quindi io non scrivo un sacco.
Al limite medito un sacco – nel senso che faccio tacere la parte più chiassosa del mio cervello (e credetemi, è dannatamente chiassosa) affinché non ostacoli l’operazione meccanica di riversamento delle parole sulla pagina.

Ogni tanto salta una doppia, ma per quello ci sono gli editor.

La parte chiassosa, naturalmente, non è energia sprecata.
La parte chiassosa è quella che trova il titolo del post.
Che allinea una serie di parole su un post-it come base per una storia.
È quella che nota le sciocchezze, che ricorda dettagli e fattoidi, che costruisce le idee di partenza.
Poi però, una volta fatto il lavoro, deve lasciare che i pezzi caschino assieme nel modo più naturale possibile.

Io mi accorgo che sta succedendo perché, nonostante le idee vadano infinitamente più veloci delle mie dita sulla tastiera, io passo da usare quattro dita ad usarne sei, otto, dieci.
Prendo velocità.
Gli errori diminuiscono.
E qualcosa prende forma.

Il passo successivo, naturalmente, consiste nel rendersi conto che quel posto speciale di cui parla Stephen King non esiste, e che la cartellina di Anthony è come la Remington di Hellison… e che strumenti e posti sono tutti uguali.

Ma spesso, quando si arriva a quel punto, non c’è più bisogno di scrivere.

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