Zen & Punk

[nota: questo post compare in contemporanea, in forma leggermente diversa, anche sul blog strategie evolutive]

Ho letto il mio primo libro sullo Zen, l’eccellentissimo La Cultura Zen, di Thomas Hoover, quando ero al liceo.
Sono passati poco più di venticinque anni, durante i quali ho continuato ad interessarmi all’argomento, leggendo libri, parlando con persone e, ammettiamolo, facendomi un sacco di risate.
Sono arrivato al punto di proporre al pubblico un breve corso ispirato proprio al libro di Hoover – ed il pubblico non se l’è filato.
Ora una parte sarà – speriamo – riciclata per una singola dotta (ma divertente!) conferenza.

Uno degli elementi più interessanti, per ciò che mi riguarda, della filosofia zen, che è stato anche il principale elemento di sfida e perciò di divertimento nel tentare di mettere insieme un corso, una conferenza, è il fatto che l’essenza dello zen sia inesprimibile.
Se vi spiego cos’è lo zen, vi sto ingannando.
Nel momento in cui il grande vuoto che è al nucleo della dottrina viene toccato dalle parole, si corrompe.
E anche la frase qui sopra è un inganno, una inutile generalizzazione.
Non è esattamente così.
Bertrand Russel ed il suo barbiere avrebbero apprezzato.

Poi, mangiandomi un pugno di riso (molto appropriato), apro La Stampa e…

Zen è parola di moda in Occidente e in Italia: quando non indica un sushi bar, segnala una certa essenzialità (nell’arredamento, per esempio), una certa calma, e anche una certa freddezza.

Non è affatto questo, lo zen. Lo zen è il punk del buddhismo: è contro le forme, contro le tradizioni, contro le buone maniere, contro le opinioni comuni, contro il buon senso, contro la mediocrità, contro l’accettazione, contro il conformismo, contro l’educazione e la cultura. Nient’altro che merda secca, direbbe Lin-chi.

Ecco fatto.

Punk prima di te

Esce da Mondadori una raccolta di testi di Lin-chi, che i Giapponesi chiamano Rinzai.
La Stampa affida la marchetta alla persona che ha curato il testo e scritto la postfazione del volume.
Laureato in filosofia teoretica.
Ha curato la comunicazione della prima edizione de Il Grande Fratello (dice Wikipedia).
Ma è stato anche dirigente della FGCI (dice sempre Wikipedia).

Il testo, intitolato Quando Buddha fa il Punk, è quantomai dotto.
Oltre a Lin-chi ed alla merda secca, cita Goethe, Benjamin, il cristianesimo e il marxismo.
E il punk.
Altra parola di moda in Occidente – e non solo, conosco un paio di feroci punk-band nipponiche…

E qui vorrei dire cose molto sagge o molto profonde, oltreché molto zen.
Vorrei parlare della critica dello zen all’eccesso di libertà, vorrei parlare del legame dello zen con la visione naturalistica del taoismo per cui non esistono pro o contro (o meglio, esistono, ma non sono pro e contro…), vorrei scrivere per settimane.
Ma è lo zen in prima pagina nella sezione Cultura & Spettacoli de La Stampa, con la merda secca e quell’essere contro, che mi butta un po’ giù.

E non riesco a fare a meno di ricordare quanto lo zen (e proprio il Rinzai, ora che ci penso), sia stato uno strumento di indottrinamento per una società reazionaria e militarista, come lo zen istituzionale abbia abbracciato con entusiasmo la teoria della Sfera di Coprosperità Panasiatica.
Di come lo zen sia stato fin dall’inizio un mezzo per cancellare la paura della morte dalla mente dei guerrieri.

Zen è quello sguardo sul mondo che ne coglie non soltanto il vuoto intrinseco o la superfluità, ma anche la straordinaria ricchezza, l’insostituibile pregnanza che dimora nel presente, e che ogni volta il mondo artefatto del divenire vuole impedirci di cogliere, incatenandoci al ricordo del passato o snervandoci nell’attesa del futuro. Zen significa apprezzare i piaceri della vita per ciò che sono: una manciata di sabbia nel vento incessante dell’oceano, e niente più; ma anche l’unica cosa che veramente abbiamo, l’unica cosa che veramente siamo. Zen è rivoluzione antidottrinaria, anticlericale, antiistituzionale in nome della libertà presente del pensiero e del corpo.

Infatti, comincia spesso proprio in questo modo – e poi ti ritrovi a Sekigahara.
A Nanchino.
A Guadalcanal.

Il che non significa che lo zen sia il male.
O il bene.
Alla fine è solo uno strumento, una scatola di attrezzi intellettuali per venire a patti con la realtà secondo un certo modello, che comporta dei vantaggi, che lascia aperti a certi rischi.
Non è meglio del marxismo o del cristianesimo o della filosofia spicciola di Lyon Sprague De Camp (Fai agli altri quello che gli altri vogliono fare a te, e possibilmente fallo prima).
E questo non vuol dire che quanto è scritto qui sopra sia sbagliato, o falso.
È semplicemente inutile.

Forse è vero che lo zen bisogna viverlo.
Ascoltarlo dalla voce dei maestri.
Al limite leggerlo nei libri.
Ma mai e poi mai cercare di spiegarlo.
Specie riciclando l’idea di un altro autore, che oltretutto pare averla afferrata meglio…

Brad Warner esprime il legame fra filosofia zen e cultura punk in maniera forse meno media-friendly, ma ammettiamolo… suona vagamente più convincente.

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. onyrix
    Lug 28, 2010 @ 01:55:08

    Concordo pienamente con la critica di Davide.
    Baldanzoso e eccessivamente fiducioso in me stesso provo a dire la mia su zen e poi perchè no anche sul tao, visto che ci sono.

    Lo zen è inspiegabile in quanto esperienza costante e consapevole nel presente, lo puoi al limite raccontare come una favola, ma a cosa serve il racconto della tua esperienza ad un altro che per capire deve fare la sua (che sarà necessariamente diversa dalla tua). E’ come coi figli, puoi istruirli, redarguirli, minacciarli, ma alla fine impareranno davvero solo dopo aver sbattuto il muso ed esserne sopravvissuti.
    Ma allora cosa c’è in comune che può essere trasmesso almeno omeopaticamente?
    Che zen è presenza nel presente e che per essere presenti bisogna svegliarsi.

    Lo stesso discorso vale per il tao. Spesso lo si definisce “La via”.
    Se fosse una e statica sarebbe facilmente spiegabile, forse.
    Ma di nuovo non puoi indicare la via all’altro perchè il tao è molte vie e tutte mutevoli. Come fai?
    Per ogni essere è una via e ogni essere senziente traccia la sua senza destino in perenne mutamento in questo eterno presente…
    E allora cosa c’è in comune, forse che ogni via sembra non portare in nessun luogo particolare, perchè non c’è una meta comune o personale da raggiungere… come diceva più o meno Thoreau, lo scopo di ogni via è in primo luogo camminarci sopra godendo del panorama.

    Conclusione: se cammini osservando la realtà intorno a te, beh cavoli questo é sì tao dello zen…

    Definizione a corollario: lo zen e il tao (specie lo zen) sono due “filosofie” che studiandole capisci che più le studi meno le capisci e ancor meno riesci a metterle in pratica e che quando smetti di desiderare di capirle e non ti arrabbi più perchè credi di non capirle o non ti illudi più di averle capite e inizi a sorridere di te edi tutte queste farneticazioni beh allora forse le hai capite.. o forse no 😉
    dino

    Rispondi

  2. Davide
    Lug 28, 2010 @ 07:58:49

    Eccellente commento.
    Grazie!

    Ci sono cose che non vanno spiegate – bisogna limitarsi a farle (come se fosse facile…) 🙂

    Rispondi

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